La storia

Le origini ischiane risalgono all'età etrusca della quale rimangono alcune testimonianze, ma molto tempo prima l'uomo preistorico visse lungo le rive del Fiora dove sono state trovate asce di silice, punte di frecce e altri oggetti.

Dell'epoca romana rimangono importanti tracce in località La Selvicciola ove nel 1982 è stata rinvenuta una villa rustica romana[2]. Nello stesso sito è venuta alla luce anche una necropoli longobarda - ricca di corredi funerari maschili e femminili, armi, ornamenti personali e oggetti di uso quotidiano - oggi esposti nel Museo civico di Ischia di Castro.

Il popolo longobardo sembra aver fortemente inciso sulla storia del paese, tanto che non solo molte località della campagna ischiana portano ancora oggi i nomi longobardi, ma addirittura lo stesso nome di Ischia sembra derivare dalla lingua di questo popolo nordico (da "eisch" = quercia); e sempre ai longobardi sembra doversi ricondurre l'origine del "Palio del gallinaccio", festa che ancora oggi si tiene nel mese di agosto, e, più in generale, il folklore e persino il dialetto ischiano.

Successivamente Ischia compare tra i paesi del Patrimonio di San Pietro in Tuscia. Il castello di Ischia nella seconda metà del XII secolo apparteneva al conte Ranieri di Bartolomeo, che nel 1168 sottopose tutte le sue proprietà alla protezione di Orvieto. Prima della fine del secolo queste terre passarono ai conti Ildebrandini e alla fine del XIII secolo il castello pervenne ai Farnese.

Durante il Medioevo il borgo si estese a ridosso dell'antico Palazzo ducale (Rocca) dove i Farnese edificarono il loro palazzo su progetto di Antonio da Sangallo il Giovane. La Rocca, in origine dotata di tre torri, fossato e ponte levatoio, proteggeva il paese dall'unico lato scoperto, essendo gli altri tre lati protetti naturalmente dalle alte pareti di tufo; il progetto del Sangallo, solo in parte realizzato, ne prevedeva la trasformazione da struttura volta alla sola difesa in edificio più simile ad un palazzo nobiliare.

Il dominio dei Farnese non fu sempre tranquillo: nel Luglio del 1395 gli ischiani, stanchi delle angherie e dei soprusi subiti soprattutto dalle loro donne, si ribellarono ai loro Signori assaltando la rocca e uccidendo tre dei sette figli di Ranuccio da Farnese, mentre un altro figlio, Bartolomeo, e suo nipote Ranuccio (che sarà poi detto "il Vecchio" e diverrà il nonno di Papa Paolo III), furono imprigionati. Ischia fu allora rapidamente messa sotto assedio dagli altri figli di Ranuccio che si trovavano a Montalto (Pietro, Nicolò e Pier Bertoldo) con l'appoggio dei Signori della Cervara accorsi in loro aiuto, e infine, dopo la fuga dei ribelli, i prigionieri vennero liberati. Secondo un'altra ricostruzione, i due superstiti si salvarono perché, durante l'assalto, riuscirono a fuggire nella vicina Valentano. Comunque sia, l'evento contrassegnò nel tempo il popolo ischiano come fiero, poco propenso a chinare la testa e meritevole di rispetto.

Nel 1537 Paolo III Farnese affidò il Ducato di Castro, di cui faceva parte anche Ischia, al figlio Pier Luigi Farnese con capitale Castro. La città fu costruita seguendo una pianificazione urbanistica progettata da Sangallo il Giovane.

Durante il periodo del Ducato di Castro Ischia era divenuta popolatissima; secondo la relazione di Benedetto Zucchi inviata ai Farnese nel 1630, ad Ischia - in quel ristretto spazio che oggi corrisponde al centro storico - vi erano ben "250 fuochi", "1.300 anime", 150 soldati e "200 cavalleggieri con casacche turchine" "insomma è assai popolata, e stanno ristretti non poco per essere piantata in un tufo".

I Farnese, in contrasto con la Chiesa, tennero Castro fino al 1649, quando Innocenzo X ordinò la sua distruzione.

Ischia era passata alla Santa Sede dal 1642 al 1644; in seguito alla distruzione del Ducato fu definitivamente incamerata nel 1649 dalla Reverenda Camera Apostolica e nel 1788 fu concessa in enfiteusi a Giuliano Capranica della nota famiglia romana.

Durante la parentesi del dominio francese il comune appartenne al dipartimento del Cimino, cantone di Valentano (1798-1799) per passare poi al dipartimento di Roma, circondario di Viterbo, cantone di Canino (1810-1815).

Papa Pio VI nel 1816 conferì il titolo di Marchese d'Ischia ad Antonio Canova il quale volle per questo donare al paese un prezioso calice d'oro.

Con la Restaurazione e la riforma del 1816/1817 Ischia entrò a far parte della provincia del Patrimonio di San Pietro, delegazione e distretto di Viterbo, come podesteria dipendente dal governo di Valentano.

Durante il Risorgimento, Ischia fece comunque la sua pur piccola parte. Alla fine del Settembre 1867 una banda di garibaldini ischiani assalì in paese la Caserma dei Gendarmi Pontifici, trovandola però vuota e priva di armi, e si fece consegnare dall'esattore la cassa esattoriale e una rubbia di grano per finanziare le spese insurrezionali. Contestualmente fu costituito il nuovo Municipio. In risposta, il successivo 4 ottobre dal presidio della vicina Valentano furono inviati gli Zuavi Pontifici i quali, però, giunti a ridosso del paese, trovarono i garibaldini ischiani trincerati e protetti da barricate; agli ischiani si aggiunsero anche alcuni volontari dalla vicina Farnese e dalla Toscana. Nello scontro che ne seguì i garibaldini subirono 21 perdite tra morti e feriti (nessun morto tra gli ischiani), ma gli Zuavi furono costretti a ritirarsi e il paese poté considerarsi preso dagli insorti.

Annesso al Regno d'Italia nel 1870, il paese - a seguito del Regio decreto del 18 agosto 1872 - assunse la denominazione di Ischia di Castro.

Il suo territorio, unitamente a quelli dei comuni vicini, rientrò nel raggio di azione del brigante Domenico Tiburzi fino a quando questi non fu ucciso dai carabinieri nel 1896 a Capalbio.

Ischia di Castro fu ascritta alla Provincia di Roma fino al 1927 allorché passò alla neoistituita Provincia di Viterbo di cui tuttora fa parte.

Per molti secoli da abitanti e visitatori che si recavano in Ischia, fu attribuito l'appellativo di Città di Maremma, come Annibali riporta in alcuni dei suoi volumi.

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